Sergio Stenti
Nel Novecento sono stati costruiti
a Napoli quasi 80.000 alloggi pubblici,
di cui circa 50.000 ancora oggi di proprietà pubblica. Si tratta di una
quantità non trascurabile, eppure tale quantità è poca cosa rispetto a quella
privata o cooperativa, soprattutto perché gli interventi pubblici non sono
stati pianificati e non sono stati adeguatamente sostenuti dai Comuni (scandalosa
l’esperienza al rione Traiano a Napoli). Si deve aggiungere che ha giocato
negativamente anche una certa incapacità o cattiva urbanistica, come per
esempio a Secondigliano, che ha avuto effetti negativi sulla città; una
mala-politica che, dopo il 1971, è stata indifferente alle modalità di assegnazione
degli alloggi, e agli occupanti abusivi “per necessità”. In un secolo di storia,
la città di Napoli è cambiata molto: trasporti pubblici e privati migliori e
più diffusi, boom dell’automobile, molto cemento e poco verde e poco spazio
pubblico efficiente; ed infine grandi interventi, come il Traiano,
Monteruscello o Le Vele, che non hanno avuto, per disinteresse o incapacità,
quel legittimo sostegno pubblico che avrebbero meritato. Il trasporto pubblico
non ha unito la periferia alla città (manca ancora il completamento dell’anello
metropolitano), anche a causa di una difficile costellazione a macchia d’olio e
l’unica meritoria riqualificazione fatta è avvenuta nei casali storici delle
periferie, sostenuta dal sindaco Maurizio Valenzi (un po’ come il sindaco del
Rettifilo, Nicola Amore) a causa del terremoto del 1980. Sui progettisti,
architetti e ingegneri, c’è da dire che sono stati poco ricercatori e
sperimentatori, salvo nel periodo 1945-50 e sempre quasi schiacciati nel loro
lavoro, da una incolmabile emergenza abitativa. Hanno preferito soluzioni “classiche” a
innovazioni, e schivato fortunatamente le mode stilistiche. Mi pare che sia prevalsa più la ricerca urbanistica sul quartiere,
sull’impianto, che l’architettura degli edifici, e nonostante questo, e salvo
pochi casi, come La Loggetta o l’Ina- Secondigliano, i quartieri non hanno
trainato in positivo la cattiva periferia realizzata intorno. Poco interesse è stato espresso verso l’approfondimento
del rapporto tra architettura e società, di cui ci sarebbe oggi ancora più
necessità. Solo negli anni cinquanta le ricerche di Cosenza, ma non solo, hanno
indagato e aggiornato la tradizione, seguite trent’anni dopo, dalla filosofia
del recupero dei casali storici. Esempi di partecipazione popolare non sono mai
stati incentivati, anzi, l’opposizione popolare agli espropri nella
riqualificazione dei casali, per esempio, ha dimostrato notevoli conseguenze negative
sul piano della ricostruzione sociale.
Se volessimo individuare che cosa è cambiato in un secolo di sperimentazioni, che cosa hanno imparato gli architetti, gli amministratori pubblici e lo Stato, non potremmo dare risposte facili e progressive. Se guardiamo alle opere e paragoniamo due quartieri come il Duca d’Aosta (4500 abitanti) e l’Ina-Secondigliano (10.000 abitanti), ci accorgiamo che il primo è una densa scacchiera di isolati senza verde interno, inserita pienamente nella struttura urbana di Fuorigrotta, mentre il secondo è un’isola omogenea, spaziosa e piena di verde, in una ostica periferia, lontana e poco collegata al centro città. L’abusivismo è assente nel primo quartiere abitato da discendenti d’impiegati dello stato, e molto contenuta (presenza di logge e piccole edificazioni nelle zone a verde privato) nel secondo, abitato da discendenti di lavoratori poveri. Nel caso del Duca d’Aosta quindi l’ordinato sviluppo di Fuorigrotta ha recuperato il quartiere dentro le sue maglie e le sue relazioni urbane, mentre ciò non è accaduto nel secondo caso, anzi l’Ina-Secondigliano mostra un’urbanità interna che fuori di esso non si è sviluppata per nulla. Si potrebbe sintetizzare che ad un iniziale adeguamento dell’intervento pubblico alla città dell’ottocento, fatto di isolati con edifici medio-bassi, con alloggi molto ridotti, si sia passati ad un graduale miglioramento dell’alloggio e ad un ingrandimento della dimensione degli interventi senza disegnare il contesto urbano della periferia.
Tra i tanti quartieri realizzati a Napoli, di pochi possiamo dire che
sono un luogo per vivere dignitosamente e anche la lista di quelli d’autore che non
hanno funzionato appare discretamente numerosa. Possiamo citare il Cesare Battisti, dove gli
abitanti hanno eliminato tutte le finestre a nastro e chiuso tutte le logge, il
Mazzini stravolto in sede di costruzione per il raddoppio degli edifici
previsti, le Vele, peggiorate in cantiere, incrementate di alloggi e
vandalizzate dagli abitanti, il S. Giovanni a Teduccio modificato da un
ingombrante scuola pubblica, le due stecche di Taverna del Ferro separate da
una improbabile strada commerciale interna. Le ragioni del cattivo
funzionamento spaziano da motivi storici a difetti urbanistici e
architettonici, dal basso livello civile degli abitanti fino alla presenza d’infiltrazioni
delinquenziali e la mancanza totale di manutenzione.
C’è una matassa ingarbugliata di
ragioni per il cattivo funzionamento di molti quartieri pubblici, e le nuove
politiche per l’abitazione, esaurito l’interesse pubblico con la fine della
stagione delle case popolari, messe in campo dallo Stato e dalle Regioni, non
hanno dato nessun risultato apprezzabile. L’abbandono delle periferie da parte
delle istituzioni ha contribuito infine a creare uno scontento popolare che sfora
in più punti la dimensione democratica.
I quartieri che hanno funzionato
meglio degli altri, che hanno cioè retto meglio al tempo e all’uso, si
concentrano in due stagioni della periferia italiana: una prima, dal 1908 al
1943, nel periodo giolittiano e poi fascista, ed una seconda dal 1946 al 1971, durante
la ricostruzione post-bellica, ed infine in quella del recupero dei casali dopo
il terremoto (1983-1990).
Le case popolari vivono a Napoli una
breve stagione spontanea dopo la metà dell’Ottocento. Alla caduta del regno
borbonico, durante quel nuovo fervore sulle condizioni insalubri della città
bassa che era stato accelerato dai decreti garibaldini del 1860, tra i
sostenitori del miglioramento delle classi lavoratrici si distinsero alcuni
intellettuali come il banchiere Matteo Schilizzi e il politico e professore d’igiene
Marino Turchi che proponevano al Comune, senza successo, interventi di
miglioramento igienico-sanitario. Marino
Turchi, attraverso la fondazione dell’Associazione Filantropica Napoletana,
utilizzando donazioni di suoli e finanziamenti privati, riuscì a realizzare nel
1868 una casa modello per circa 180 alloggi bi-esposizionali, posta in collina,
sulla strada per Capodimonte. L’assegnazione alle famiglie di lavoratori era
attenta e severa e richiedeva alcune condizioni di base: niente gioco
d’azzardo, ubriachezza, molestia pubblica, niente debiti e figli tutti a
scuola.
L’emiciclo di Corso Amedeo di Savoia è un intervento molto avanzato per l’epoca,
efficiente, funzionale, e soprattutto sociale; un esempio di ciò che avrebbe
potuto fare quel liberalismo illuminato se si fosse imposto politicamente a
livello nazionale.
Nel 1885 la legge per il Risanamento
della città, emanata d’urgenza a seguito dell’ennesima epidemia di colera, segna
l’avvio dei grandi lavori di demolizione e costruzione nella malsana e super-affollata
città bassa, con il contemporaneo sloggiamento delle classi povere dai bassi e
dai fondaci verso la periferia. Delle
circa 20.000 persone sfrattate dal centro, circa 10.000 ritorneranno ad
affollare la città bassa, mentre 10.000 andranno nei nuovi rioni, ad est della
città, dove si trovavano le prime industrie, il porto e le paludi. La Società
per il Risanamento, che realizzava gli interventi in città, aveva anche il
monopolio speculativo dei nuovi quartieri per gli sfollati, e li costruiva al Borgo
Loreto e all’Arenaccia; ma i suoi edifici pluri-cortile erano un affollatissimo
caravan-serraglio, come li chiamava l’agguerrita giornalista, fondatrice del Mattino, Matilde Serao, peggiori delle
pur modeste case dell’emiciclo ottocentesco della Filantropica e peggiori anche
dei coevi interventi dello Iacp napoletano. Quelle sovraffollate case al Borgo Loreto
stanno ancora lì, piene di balconi e più degradate che mai e fanno compagnia ai
quartieri d’emergenza costruiti nell’immediato dopoguerra e mai riqualificati
come il S. Francesco, il S. Gaetano e il S. Alfonso e il De Gasperi.
Il tema della casa sociale a Napoli,
a fine ottocento, era patrimonio di pochi liberali illuminati. La condizione di
penuria delle abitazioni per le classi povere e per l’esigua classe operaia erano
enormi e le iniziative concrete del paternalismo liberale napoletano poca cosa.
L’iniziativa statale sulle abitazioni
si attiva a Napoli in un periodo ancora segnato da ampio malcostume politico, forti
tensioni sociali, ma anche dalle prime iniziative industriali conseguenti alla
legge speciale per Napoli del 1904[1]. La nascita dello Iacp subisce un ritardo di cinque
anni dall’approvazione della legge Luzzatti perché a Napoli il Comune non
voleva fare concorrenza al monopolio delle case economiche consegnato in mano alla
Società per il Risanamento e si attese cosi quasi il completamento dei
programmi economici del Risanamento prima di attivare l’Icp. L’Istituto per le
case popolari viene creato nel 1908 e in circa trent’anni, dal 1910 al 1943, realizza
nel rispetto dei piani di espansione locali, diversi rioni popolari per le
classi meno abbienti, con fitti contenuti, edifici ben costruiti e igienici, botteghe
ai piani terra e lavatoi, e dopo qualche anno anche scuola e chiesa nelle
vicinanze. Il difetto stava nella
distanza eccessiva dalla città che ghettizzava la vita degli abitanti. Gli edifici
popolari, la cui estetica non superava la buona edilizia, avevano piccoli
alloggi, di due o tre vani, con rari balconi e con affollamento di circa tre
abitanti/vano, pur sempre migliore della media di allora (ancora nel 1980, le
indagini nella periferia dei casali, hanno trovato un affollamento medio
dell’ordine di 2,7 abitanti/vano). Agli inquilini era richiesto un
comportamento civile che assecondava i rapporti di vicinato. In seguito, con il
sigillo del fascismo, i nuovi rioni abbandonarono l’estrema periferia e si
avvicinarono alla città, assumendo i caratteri figurativi ottocenteschi e borghesi,
di sicura tradizione ed immagine. Ma non ci abitavano più fasce sociali povere
e diversificate. Quelle case erano destinate, salvo pochi interventi, a diverse
categorie di dipendenti pubblici, come militari, polizia, giustizia etc. a cui
erano riservate le case con patto d futura vendita.
Durante il fascismo i rioni già costruiti dall’ICP, subiscono un re-styling, e vengono modernizzati e ampliati: all’esterno viene scelta una mascheratura neo-barocca, mentre all’interno si realizzano nuovi impianti per cucine a gas e gabinetti anche con doccia. Viene anche aumentata la cubatura, diminuita l’area edificata, e previsti campi da gioco, giardini e anche qualche attrezzatura. Ma l’architettura moderna dei quartieri, che si praticava già dal 1920 in Olanda e in Germania, è completamente bandita dal Regime, considerata troppo internazionale e troppo poco patriottica.
Acquisite donazioni di suoli e
finanziamenti comunali, l’Icp costruisce tre rioni nelle parti estreme della
città, in zone previste dal Piano di Ampliamento del 1885, a Poggioreale,
all’Arenaccia e a Fuorigrotta: la zona ad est è prevista come sviluppo
industriale, la zona ad ovest come espansione della città. Nel 1910 l’ICP costruisce
a Poggioreale il suo primo rione di case popolari che chiamerà poi Vittorio
Emanuele III. Il rione viene
illustrato nei fascicoli dell’ICP con foto significative per una politica abitativa: un severo custode in divisa
presidia il rione, un balcone fiorito che propaganda emulazione e una cucina a
legna/carbone che simboleggia un comfort raggiunto. L’ing. Primicerio dell’Ufficio tecnico disegna
un piano reticolare con isolati composti da quattro palazzine in tufo a quattro
piani, senza spazi interni oltre le strade; gli edifici hanno quattro alloggi a
scala, di due vani e cucinino, con balcone o loggetta, pranzo passante con
gabinetto areato. L’illuminazione pubblica è a gas, quella negli edifici, elettrica.
C’è pochissima ricerca stilistica in questi edifici, i progetti provengono in
parte dalla manualistica, e anche quelli simili fatti dall’ing. Francesco De
Simone, sono più attenti all’igiene e all’aerazione che alla
rappresentazione. L’affollamento
previsto è di tre abitanti/vano, più basso di quello mediamente esistente nelle
case povere che allora arrivava a 5 ab/vano, con picchi nei bassi di 10
ab/vano. Di attrezzature comuni nel rione c’è solo il lavatoio con fornace per
l’acqua calda, cui poi seguirà, dopo la guerra, un asilo pubblico.
La scelta degli inquilini, impiegati,
operai e artigiani, viene subordinata tra l’altro alla buona condotta pubblica
ed alla capacità reddituale di pagare i fitti che venivano calcolati in circa
il 3% del costo dell’investimento detratte le mere spese[2]; in tal modo l’Istituto riusciva
a pareggiare i conti e a svolgere anche una certa azione civica di educazione
dando premi in denaro a quelle famiglie che tenevano gli alloggi “in stato di
nettezza ed in ordine le suppelletti”.
Poco c’è da dire in più sugli altri
interventi di questo primo periodo, come il rione Diaz all’Arenaccia e il Duca
d’Aosta a Fuorigrotta, salvo l’aumento delle densità edilizie che viene attuato
con l’uso di edifici a cortile aperto a cinque piani. La politica dei suoli a
basso prezzo porta l’Istituto ad acquistare nella zona aperta, nelle paludi del
Pascone, un suolo di 4,5 ettari che inizia ad edificare solo dopo la guerra del
1915-18. Nasce cosi, dopo ampie
bonifiche, nella zona di Gianturco, il Rione Luzzatti con un
impianto di sei isolati quadrati troppo densificati con otto palazzine per
isolato e con botteghe. Negli anni trenta il rione viene ampliato con un’interessante
corte rettangolare che subisce poi, a causa dei bombardamenti, come tutti gli
altri edifici del rione, la perdita totale dei decori stilistici, mai più
ricostruiti.
Tra gli Istituti di case popolari
italiani, il dibattito sul miglior modello abitativo per gli operai era allora un
tema all’ordine del giorno. Molto fascino esercitava nel primo dopoguerra il
mito inglese del villaggio giardino, un modello che da noi incontrava forti
resistenze a causa dell’ampiezza dei suoli necessari e dei costi insostenibili
per una cosi bassa densità. Oltre che a Milano, anche a Napoli vi erano molti
sostenitori di una simile forma abitativa. L’Icp aveva progettato un villaggio
giardino intorno a Castel S. Elmo, ma non era riuscito a realizzarlo per la
paura pubblica d’innesti sociali non consoni al luogo. Miglior fortuna ebbe la
cooperativa ferrovieri Scodes che, sulle pendici di Capodimonte, nel 1927, riesce
a costruire 36 villini bi-familiari.
Sulla falsariga di questo modello, ma
modificato per tipologia e densità, l’Icp della Regione Cumana realizza, nello
stesso anno, un intervento a palazzine il Rione
Bagnoli-Agnano, per i quadri operai della vicina
fabbrica siderurgica Ilva.
Forse suggerito da Gustavo
Giovannoni, che redigeva in quegli anni il Piano per il rione occidentale, e
collaborato a Roma ai progetti della Garbatella e della città giardino Aniene,
nasce così un impianto a cul de sac, con palazzine a quattro piani, due alloggi
a scala di tre vani, ampia cucina, gabinetto con vasca e balcone. Una
privilegiata residenza operaia di case pubbliche a riscatto di cui alcune
trattate con timide decorazioni liberty, che si aggiungevano all’offerta di case
private, con destinazione operaia, già esistente a Bagnoli.
Col fascismo l’ICP cambia natura:
dall’iniziale dipendenza dal Comune, l’Istituto passa alle dipendenze del
Ministero dei LL. PP, perdendo totalmente autonomia, ma guadagnando maggiori finanziamenti
e facilitazioni da parte dell’Alto Commissario per la città che intanto aveva
sostituito il sindaco con un governatore.
Le case pubbliche, ora non più
popolari ma economiche, acquistano una notevole riconoscibilità pubblica dando
evidenza al nuovo trattamento che lo Stato stava riservando ai suoi dipendenti.
L’istituto inaugura la sua nuova
stagione con il re-styling degli edifici vecchi, aumento delle altezze con
sopralzi, e piccole modernizzazioni. Per esempio la feritoia di aerazione del
gabinetto, cosi diffusa nei casamenti popolari, diviene metà finestra
accoppiata all’altra metà della cucina; in tal modo il prospetto dell’edificio
viene migliorato e la serie ordinata delle finestre non subisce interruzioni
con le anti-estetiche feritoie.
A partire dagli anni trenta vengono
migliorati gli impianti interni delle cucine con la fornitura di fornello a gas
accanto alla cucina a legna/carbone e dotazione di lavandino con sgocciolatoio;
nei gabinetti si sperimenta una doccia a pavimento con acqua calda proveniente
dalla cucina, mentre nei rioni in centro città, di maggior pregio, i gabinetti
vengono dotati di vasca con acqua calda, ma senza bidet. Sulla copertura degli edifici vengono
previsti stenditoi protetti e negli ampliamenti dei rioni sono riservati nuovi piccoli
spazi per giardini e previste alberature. La vecchia politica di educazione
civica acquista ora maggiore forza; vengono dati premi alle famiglie non solo
per i migliori balconi, ma anche per natalità, per culle e corredo ben tenute,
per figli studiosi, e cucine ben messe, con riduzioni dei fitti per famiglie
numerose.
L’ampliamento del Duca d’Aosta
a Fuorigrotta mostra, meglio di altri, la nuova rappresentazione
delle case dello stato fascista: senza cambiare l’impianto planimetrico e la
pianta degli edifici precedenti, ma ritagliando tre alloggi a scala al posto
dei quattro usuali, si fa spazio per alloggi più grandi, tre vani con ampia
cucina e wc. I nuovi edifici acquistano ora un aspetto borghese con forti decorazioni
neo-barocche, come quelle del Rettifilo, con uso di elementi monumentali come
il portale d’ingresso, e sopralzi decorativi in copertura, pronunciati
cornicioni aggettanti e varietà nei prospetti attraverso la variazione del
numero dei piani.
Anche la politica dei suoli cambia
verso: non più interventi in aree periferiche, salvo laddove i suoli sono già
stati acquistati, e in posti non urbanizzati ma edifici in aree disponibili
vicino al centro magari prodotte dalle demolizioni per i “risanamenti urbani”
iniziate negli anni trenta.
A Posillipo, il Rione Duca di Genova mostra
imponenti soluzioni scenografiche che, sorte intorno a piazza S. Luigi, aprono
le stanze al panorama del golfo. Gli edifici hanno una ricercata e colorata
decorazione, sono distribuiti con due alloggi a scala e con abitazioni a
quattro vani, ampia cucina e bagno, chiaramente destinati ad un ceto non
popolare. A Fuorigrotta il Rione Miraglia, dedicato al fondatore dell’ICP allora
scomparso, è caratterizzato da un complesso a corte aperta con ampia presenza
di verde.
Diversi interventi vengono
realizzati, verso la fine del regime, a seguito delle demolizioni per i
risanamenti igienici. Di solito si tratta di aree piccole, sparse in città, che
consentono singoli interventi edilizi, come a piazza Ottcalli, in via S.
Caterina da Siena, in via Ponti Rossi, al Ponte dei Granili. Tra questi, un
interessante intervento a corte è il Duca
degli Abbruzzi (1933-35, distrutto dalla guerra) al Borgo Loreto, dove viene
abbandonato il riferimento al neo-barocco per un carattere più novecentesco.
Nell’intervento compare anche un’innovazione tecnica nell’alloggio: i gabinetti
hanno doccia con acqua calda prodotta dalla stufa a carbone in cucina.
L’Isolato
MCM è l’unico intervento privato di case
operaie fatto da una grande industria tessile. Disegnato dall’ing. Camillo
Guerra, di formazione classica, la MCM realizza a Capodichino, su un suolo
panoramicissimo, una specie di Hof mediterranea, un imponente edificio aperto sulla città, dalle masse
edilizie scalettate e degradanti verso il paesaggio sottostante e privo di ogni
ornamento. Il grande edificio ha quattro alloggi a scala, con due vani,
cucinino e balcone, senza corridoio.
Negli
ultimi anni del regime, lo stile neo-barocco assunto a rappresentare le case
del regime, cede il passo a semplificazioni stilistiche moderne; ne sono esempi
alcuni edifici al rione Principe di Piemonte (1939, distrutto in parte dalla
guerra) che accoglieva gli sfollati dai Granili e nell’edificio ai Ponti Rossi
a Capodimonte (1936) risultato dei risanamenti urbani in quella zona.
Anche la
pubblicistica dell’Istituto cambia carattere durante il fascismo. Le
pubblicazioni diventano ora più fotografiche che analitiche, più
propagandistiche che dettagliate. Si
perde cosi parte della storia sociale dei rioni, i mestieri degli inquilini, i
nati, i morti ed i costi, a vantaggio di immagini ben fatte in b/n e di
affollate inaugurazioni ufficiali.
L’attività
edilizia, con le migliorie fatte negli alloggi, non produce debiti da parte
dell’Icp che, finanziato comunque dal Governo, fino alla fine del fascismo
riesce a pareggiare i suoi conti economici nonostante il numero di alloggi
realizzati fosse il doppio di quelli del periodo giolittiano[3]. Ma nonostante questi
risultati sia l’attività edilizia privata sia gli interventi pubblici non
raggiungono che la metà delle necessità urbane di allora[4] e a nulla servono le
iniziative dimostrative del regime come le casette semi-rurali o le case minime[5] realizzate oltre la
periferia. In realtà, a causa dei Risanamenti urbani, l’affollamento esistente
in centro città aumenta e non diminuisce, innalzando l’entropia urbana.
Verso la
fine del fascismo, in pieno sforzo bellico, l’IRI realizza a Pomigliano d’Arco
la fabbrica aeronautica AlfaRomeo e un quartiere con alloggi per impiegati ed
operai.
Sopravvissuto alla distruzione bellica della fabbrica, bombardata dagli inglesi, il quartiere AlfaRomeo mostra un inaspettato impianto razionalista simile a una siedlung tedesca. L’architettura è d’avanguardia e la dimensione monumentale, con corti lunghe 200 metri, con orti all’interno e botteghe in testata. Gli alloggi sono differenziati per categorie di lavoratori: quattro alloggi per scala da due vani e tre vani, cucina e wc con vasca, per gli operai; due alloggi a scala da quattro vani, cucina e gabinetto con vasca per impiegati. Unica decorazione presente sono le belle formelle in cotto, poste in chiave sui portoncini d’ingresso, che rappresentano i mestieri. Il progetto, redatto da Alessandro Cairoli, é disegnato alla maniera del suo concittadino Terragni, sobrio con sentori razionalisti; ma la cosa interessante è che il quartiere ha mantenuto il suo carattere quasi inalterato fino a oggi, salvo gli orti interni, usati individualmente come garage auto.
La distruzione fatta dai
bombardamenti della seconda guerra mondiale aggiunse rovine e distruzioni alla
storica penuria di abitazioni in città, non risolta né durante il periodo
giolittiano né in quello fascista. Si
determinò cosi un enorme fabbisogno di case che divenne una vera emergenza
civile.
Per fretta e per risparmio si
costruirono sulle fondazioni degli edifici fascisti i primi quartieri del
dopoguerra, come il Rione Cesare Battisti (1945-48), nei quali si sperimentano
i giovani architetti napoletani, più volenterosi che preparati, che guardano
con simpatia al razionalismo tedesco e a Le Corbusier come F. Di Salvo, L.
Cosenza, G. De Luca, F. Della Sala. Ma già qualche anno dopo, con l’Ina-Casa,
quegli stessi architetti intrecciano razionalismo e organicismo in progetti più
maturi e pragmatici. In fondo è proprio
il salto dalle prime esperienze razionaliste, quando si costruivano solo case
ancora in città, alla seconda stagione quando si volevano fare quartieri quasi
autosufficienti (1949-63) fuori città, che vengono fuori i limiti e le
difficoltà del programma Ina-Casa. I finanziamenti riguardano le case, le urbanizzazioni
e le chiese, mancano i finanziamenti ai Comuni per realizzare i servizi
pubblici e le attrezzature e l’Ina-Casa non sempre riesce, particolarmente al Sud,
a convincere i Comuni ad impegnarsi tempestivamente per portare a termine quei
servizi e quelle attrezzature che dovevano garantire la vita e
l’autosufficienza del quartiere stesso. Cosi l’autosufficienza proclamata rimane
spesso nei progetti e la separatezza con la quale i quartieri nascono rispetto
alla città, caratterizza ancora i quartieri Ina-Casa come isole autonome a vita
limitata. In realtà l’autosufficienza era più una posizione ideologica, una
scelta culturale che avrebbe dovuto dare vita al quartiere, ma che si realizzò
in parte e tardi e solo nei grandi interventi. A Napoli solo in quartieri come
la Loggetta o l’Ina-Secondigliano la dotazione realizzata di attrezzature ha
consentito una certa vita autonoma.
Credo che sull’autosufficienza dei
quartieri ci fossero diversi equivoci che poi hanno angustiato il progetto e la
vita dei quartieri pubblici successivi. Mi riferisco soprattutto all’idea che anche
quartieri di 2000 abitanti dovessero avere tutte le necessità di vita sociale
al loro interno. Tale ragionamento era conseguenza del fatto che, per
risparmiare, lo Stato realizzava interventi fuori i centri abitati e anche
quando esistevano borghi, più o meno strutturati, i nuovi quartieri se ne
distaccavano per principio o per convenienza. L’autonomia
spingeva verso l’autosufficienza, ma mancavano le risorse finanziarie per le
attrezzature che non dipendevano dall’Ina-Casa e una dimensione di scala, un numero
sufficiente di abitanti cioè, che la rendesse possibile.
Gli esempi svedesi come Vallingby, spingevano
tutti in quella stessa direzione, ma essi avevano due punti forti a loro
vantaggio: trasporto pubblico su ferro e centri commerciali. Quelle esperienze non
conoscevano lo spezzettamento delle realizzazioni tra diversi soggetti pubblici,
volute dalla politica democristiana che si attuava nel nostro paese: quella fu una
scelta politica lobbistica che indebolì la riuscita dei quartieri su scala
nazionale.
Se accantoniamo però l’autosufficienza, i quartieri Ina-Casa assumono, anche a Napoli, l’importanza di un miracolo italiano, un risultato inaspettato per qualità e quantità[6].
Nel dopoguerra lo Stato affidò
inizialmente al Genio Civile il compito di risolvere le situazioni più urgenti
per i senza tetto napoletani. Nel 1952 un piano di emergenza previde sei
quartieri ultrapopolari[7]
disseminati disordinatamente in periferia (S. Alfonso, S. Gaetano, De Gasperi,
S. Francesco etc.). Furono interventi d’emergenza, oggi affollatissimi e
malandati ma, ahimè, ancora in uso.
Uno dei migliori quartieri di quel
periodo razionalista che ha al suo attivo interessanti interventi a Barra, a
via Stadera e sperimentazioni tecnologiche a Torre Ranieri, è il quartiere in Viale
Augusto[8]
a Fuorigrotta.
Mentre via Stadera è la prima
sperimentazione architettonica sul moderno che fanno i giovani napoletani,
Barra è un ex casale con tentativo razionalista riuscito solo a metà, un
quartiere di sole case con distanze tra gli edifici troppo ravvicinati, senza
attrezzature salvo la chiesa. Le palazzine a Torre Ranieri, in
sinergia col gruppo del QT8 a Milano di Bottoni, motivato dalla convinzione
della necessità di dare vita ad una sperimentazione costruttiva sull’abitazione
popolare per indirizzare la ricostruzione nazionale verso una dimensione
industriale. Il tentativo non ebbe successo politico, sconfitto dalle scelte
della politica democristiana che preferì una ricostruzione non sperimentale e
anti-industriale che rallentò l’aggiornamento tecnico dell’edilizia nazionale.
Il piccolo quartiere di viale Augusto
di Luigi Cosenza sembra una piccola siedlung ubicata lungo una bella strada
alberata disegnata da Marcello Canino in occasione dell’apertura della Mostra
d’Oltremare. L’insediamento è composto da tre stecche di sei piani, chiuse su strada
da un basso corpo porticato che le unisce tutte insieme; gli alloggi sono ben
distribuiti a corridoio, con quattro vani, cucina, bagno completo e lavatoio
sul terrazzo di servizio mentre il terrazzo di soggiorno serve anche da
ingresso.
In città,
lungo la nuova via Marina, tracciata intorno al porto, il rione Stella Polare[9]
risolve magistralmente un incrocio urbano a 45°, con due edifici, uno curvo e
l’altro di cortina sulla nuova strada, i cui affollati parapetti bianchi
spiccavano allora sul fondo rosso ciliegia dell’edificio come uno spot
pubblicitario. Gli alloggi sono ottimamente distribuiti senza spreco,
tre/quattro vani, cucina e bagno completo.
Nella
periferia est, a Ponticelli, in una zona ben servita da trasporto pubblico, l’Ina
Casa realizza il suo primo quartiere napoletano a Ponticelli.
Si tratta di un quartiere sub-urbano che funziona e dove il vecchio senso di comunità, non appare scomparso: un quartiere autosufficiente a bassa densità, con tessuto di case a schiera date a riscatto, e al centro nel verde, edifici in linea con alloggi in fitto.
Se si vuole
trovare un quartiere perfettamente coerente con l’ideologia Ina Casa, l’Ina Ponticelli
calza a pennello. L’impianto prevede una
fascia perimetrale a raggiera di stradine cieche con case a schiera e due isole
centrali caratterizzate da edifici in linea a cinque piani, verde pubblico e
attrezzature. Nel rispetto dei manuali Ina-casa, gli alloggi seguono precise
indicazioni: tre/quattro vani, cucina, bagno, lavatoio, piccolo ingresso e
terrazzo. Le attrezzature, previste, ad
eccezione dei negozi e del cinema, sono quasi tutte realizzate e le modifiche
apportate dagli abitanti sono modeste ma pervasive.
Lungo la
stessa strada di Ponticelli, in via De Meis, si localizzano in continuità con
l’InaCasa, altri due quartieri pubblici (il S. Rosa e il De Gasperi), ma il
quartiere Ina-Ponticelli si distingue non tanto per l’architettura, quanto per l’attenzione
alle relazioni sociali: esattamente come sostenevano allora Adalberto Libera
autore del progetto urbanistico e Giovanni Astengo. Degli edifici sociali
previsti non viene realizzato il centro civico; ma tale limitazione non sembra averne
menomato la vita sociale che è messa in pericolo invece dallo strabordare del
degrado sociale del confinante rione De Gasperi.
Nella parte
ovest della città, poggiato su di un’altura naturale, il quartiere La Loggetta mostra
un’invidiabile ed rara condizione paesistica ben sfruttata. Il disegno urbanistico di De Luca lo connota
come un borgo sopra un altopiano dentro la città, le cui case guardano verso l’interno
e non al paesaggio. Una strada principale sinuosa, via Gigante, lo attraversa
in lunghezza con soli due punti di accesso, disegnando isolati a fuso costruiti
con bassi edifici e una zona centrale attrezzata, appena diversificata, con
portici e edifici di maggiore altezza disegnati da Carlo Cocchia. Alla
tranquilla architettura di paese delle residenze si contrappone la forza del
linguaggio accorsato, che strizza l’occhio al design scandinavo, della chiesa
con portico metallico e panciuta torre campanaria di Capobianco.
A Pozzuoli
una rara e fortunata condizione riunisce in un solo progetto, un architetto
razionalista (L. Cosenza), un paesaggista (P. Porcinai), un designer (M.
Nizzoli) ed un imprenditore illuminato (Adriano Olivetti). Il piccolo quartiere
Olivetti per gli operai della vicina omonima fabbrica
esprime il meglio di una visione organica intrisa di tradizione contadina. Un
quartiere operaio di sole case, immerso nel verde e aperto al panorama del
golfo di Pozzuoli. L’architettura ripropone qui la corte come forma
dell’aggregazione e centro vitale dell’insediamento. Essa viene perimetrata da
piccole palazzine modellate con scale aperte variamente raggruppate. L’alloggio
è ben progettato, doppio terrazzo, doppio bagno, ingresso e tinello: certamente
un lusso per gli operai che il colore di Nizzoli rendeva come oggetti di design
appena usciti dalla fabbrica.
Sulle pendici del Vomero, verso Soccavo, l’InaCasa realizza il più grande intervento pubblico del periodo, il quartiere Soccavo-Canzanella[10]. L’intervento è un’espansione urbana sulle falde discendenti della collina del Vomero, e la sua parte Nord, progettata da Mario Fiorentino e Giulio Sterbini, è un pezzo di qualità non solo urbanistica ma architettonica e paesistica. L’intervento è impostato con basse cortine edilizie su Via Piave, con edifici a greca e a corte che disegnano un interessante spazio continuo esaltato dal verde pubblico. Due edifici a torre segnano l’inizio/fine del quartiere e danno forza alla cortina edilizia. Gli edifici, realizzati in cemento e mattoni a vista, propongono diverse tipologie abitative e sono attentamente studiati e disegnati in esecutivo nei dettagli e negli elementi prefabbricati come il blocco finestra-balcone-tapparella. Le piante degli alloggi contengono alcune variazioni dello schema Ina-Casa: edifici con chiostrina e ingresso all’alloggio su tinello passante, che non sembrano soluzioni ottimali.
In
prosecuzione del rione Soccavo-Canzanella, in una vasta area di campagna, la
politica nazionale dei CEP, approva nel 1958 un quartiere satellite per circa
30.000 abitanti, mettendo insieme gli sforzi di molti Enti pubblici. Unito alla città e servito da trasporto
pubblico nasce il Cep Traiano[11],
ultimo intervento pubblico a Napoli dove si riconosce una tensione per una
progettazione urbana moderna. La scommessa sul grande salto di scala non dà
però esiti positivi a causa di un insufficiente livello organizzativo e
gestionale ed una mancata collaborazione e tempistica comunale. Destinato ai
ceti esclusi dalle regole Ina-casa e perciò sostanzialmente per abitanti bisognosi
e in povertà, l’intervento viene pensato come un mix sociale che prevede anche quote
di commercio e di terziario; ma l’abbandono dell’esperienza InaCasa dei centri
sociali, aggrava le difficoltà abitative di intessere relazioni comunitarie.
Il
quartiere, disegnato da Marcello Canino, è solcato da una larga strada alberata
con più file di pini mediterranei, che unisce sei nuclei edilizi raccolti
intorno ad un centro rappresentato da un’attrezzatura pubblica: una chiesa, un
mercato, una scuola, o una piazzetta. Il centro civico è configurato con due
piazze, una civile e l’altra religiosa, mentre la parte commerciale è demandata
per lo più fuori il quartiere, nella vicina via Epomeo. Composto da tanti
differenti tipi edilizi ed architetture, come le belle case in linea e a torre
di M. Angrisani, le case a torre di M. Capobianco e di Sbriziolo, le case sulla
piazza di M. Canino, l’asilo nido di F. Della Sala e recentemente, nel 1979, la
scuola di Salvatore Bisogni, al Traiano non mancava certo la qualità per
diventare un eccellente luogo di vita. La sorte infausta invece lo trasforma da
subito segnandolo come uno stigma dei fallimenti cittadini a causa soprattutto
dei ritardi e incompletezze delle infrastrutture primarie da parte del Comune
(acqua, gas, fogne e strade), della mixitè sociale non gestita, ed infine, come
era prevedibile, da una pervasiva insicurezza sociale alimentata da
infiltrazioni delinquenziali.
Nell’estrema
periferia nord della città, a Secondigliano, in una zona per nulla servita allora
da trasporto pubblico, viene progettato un grande quartiere satellite l’ Ina-Secondigliano[12]
che soffrirà per molto tempo il suo totale isolamento.
Il quartiere è disegnato intorno ad una strada
centrale sinuosa- via Monterosa- che per rapporto edifici/strada prende a
modello la storica via Costantinopoli con tutti gli edifici di pari altezza. La
strada residenziale-commerciale distribuisce i quattro nuclei residenziali e
rappresenta il centro del quartiere insieme agli spazi pubblici e alle
attrezzature, soprattutto chiesa e centro sociale, presenti nel suo centro.
Nella
stessa zona del quartiere Ina-Secondigliano, a seguito della legge 167, viene
disegnato nel 1965 un grande piano urbanistico (R. D’Ambrosio e F. Della Sala),
influenzato da Giulio De Luca, che espropriando centinaia di ettari, concentra
tutta la previsione di case pubbliche e di case cooperative per la città di
Napoli, parte a Secondigliano e parte a Ponticelli. E’ una scelta urbanistica che appare come
una scelta consapevole del riformismo del centro sinistra, la scelta di una periferizzazione
della residenza, senza intenzioni programmatiche di costruire realtà urbane
oltre le case.
Il piano è senza forma, un’anti-città modernissima nelle intenzioni, senza debiti formali col passato, fatta di assi stradali e metri-cubi. Il piano si rivela un errore madornale, una distesa di casermoni 167, di cui è difficile rintracciare qualche differenza in meglio, come per esempio le distinte torri a 12 piani Iacp progettate da Gerardo Mazziotti, in mattoni e cemento a vista. In tale contesto di giganti sorgevano (sono in corso di abbattimento, salvo una) anche le sventurate sette Vele di Scampia[13] di Franz Di Salvo: edifici in prefabbricato pesante, lunghi 100 metri e alti 40 che contenevano oltre 200 alloggi ciascuna, tutti poco adatti a case popolari a causa della disfunzione dei ballatoi centrali scoperti posti nell’intercapedine su cui affacciano cucine e bagni degli alloggi, e che tolgono all’abitare l’indispensabile isolamento.
Agli
inizi degli anni ottanta accadono due calamità naturali che danno luogo a due
grandi interventi di segno opposto. Il terremoto irpino del 1980 e il
bradisismo a Pozzuoli del 1983.
Il
terremoto del 1980 lambisce appena la città, quanto basta però per mettere in
moto una grande opera di costruzione e recupero (un investimento di circa 25
miliardi di euro per circa 20.000 case e infrastrutture)[14] che
investe soprattutto le periferie e i suoi casali storici. Dopo una prima fase
di emergenza che vede la realizzazione di nuovi interventi (circa 13.500
alloggi) con ampio uso di prefabbricati, realizzati in spazi interstiziali che peggiorano
i contesti periferici, segue una più matura fase di recupero urbano dentro ai 12
casali storici inglobati nella periferia (1983-1989 circa, quasi 6000 alloggi).
Un nuovo sforzo culturale, quasi una volontà di radicamento dell’architettura, riconosce
nei casali una radice storica del senso della città di Napoli e decide di
conservare i tessuti urbani, migliorare le infrastrutture, realizzare i servizi
mancanti e abbassare l’affollamento di quasi 3 abitanti/vano.
Gli
interventi si pongono all’interno delle logiche morfologiche dei tessuti dei
casali e spesso aderiscono anche alle tipologie a corte prevalenti. Si tratta
d’interventi di qualità, esemplari di una nuova concezione del recupero che
vuole intervenire senza stravolgere l’esistente. Il metodo giuridico usato per
l’intervento è l’esproprio generalizzato, che purtroppo produce effetti
negativi sulla partecipazione degli abitanti alle trasformazioni; ma anche i
criteri delle assegnazioni, troppo vari e disordinati, generano confusione e
tensioni sociali e lasciano passare infiltrazioni camorristiche non di poco
conto. La penuria storica di abitazioni che a Napoli conta appena un 50% di
proprietari contro una media nazionale dell’80%, non poteva non trasformarsi in
forte tensione sociale per le assegnazioni tra i meno abbienti[15].
Gli alloggi vengono, infatti, assegnati soprattutto a sfrattati, e poi ad
abitanti di containers, di bassi, o sloggiati per i nuovi interventi e varie
altre ragioni; tutte iscrivibili in una generale assistenza sociale ai senza
casa che non ha evitato, allora, l’occupazione abusiva di oltre 2000 alloggi
con una colpevole tolleranza pubblica che ha prodotto diverse sanatorie di cui
l’ultima nel 2013.
Nel
casale di Miano, ai Vichi Ponte e Parisi [16],
Capobianco si misura col tessuto minuto delle corti e ne riprogetta una versione
coloratissima piena di piccole variazioni architettoniche, in modo da
conformare spazi intimi sia interni sia aperti su strada; una risposta moderna
e convincente alla tradizione del luogo, ristudiata manipolando il tipo a corte
e sfruttando ogni occasione del tracciato per soluzioni architettoniche
differenziate.
Diversamente
da Miano, ai Censi di Secondigliano (L.
Pisciotti e A. Lavaggi), la sostituzione del tessuto è invece attuata con una
riproposizione di un tipo base a corte semichiusa che ricostituisce per
sommatoria la morfologia dei lunghi isolati storici.
A Marianella, via
della Bontà[17]
l’intervento di sostituzione di Purini e Thermes un tessuto di sei corti
quadrate con torri scale poste a scacchiera, ripropone in modo evocativo un
punto di vista sul recinto residenziale, senza riproposizioni tipologiche. Il
progetto sviluppa abilmente gli studi di Libera e di Moretti per le case al
Villaggio Olimpico di Roma.
A S. Pietro a Patierno, corso S. Pietro,
un ampio progetto generale di riqualificazione (G. Borrelli, D. Rabitti e L.
Gentile) propone il ripristino di regole tipo-morfologiche e il tracciamento di
una nuova strada centrale. L’area centrale del casale viene riqualificata con
attenti interventi di recupero (sede USL e Biblioteca, G. De Lillo) e con una
corretta, ma non brillante edilizia di sostituzione che caratterizza il nuovo
Corso S. Pietro, accompagnata da un progetto di verde pubblico e attrezzature
scolastiche e sportive (D. Rabitti e R. Lucci) che configurano un insieme a
qualità diffusa. Al centro di San Pietro a Patierno viene ridisegnata e
restaurata piazza Guarino, con municipio e residenze il cui progetto, con un
intervento a scala monumentale, forte e denso, è giocato su di un sottile e
coraggioso rapporto tra pre-esistenze, nuovi edifici e suggestioni della
memoria da Francesco Venezia.
A Ponticelli, via Napoli la
strada mostrava un riconoscibile
tessuto di corti accostate che è stato recuperato in massima parte costituendo
forse il miglior esempio di conservazione di tutto l’intervento del PSER
napoletano. Sempre a Ponticelli, vicino Via Napoli, sul bordo del parco De Simone,
sorge l’unico esempio di edificio alto di tutto il programma PSER. Una torre di
R. Dalisi che si affianca alle poche sperimentazioni di torri[18] già fatte nella periferia
di Napoli. Ostracizzate e penalizzate da
pregiudizi popolari, le torri potevano invece rappresentare una possibile alternativa
ai lunghi e alti casermoni costruiti nella prima fase del PSER.
Nel 1983 Il
bradisismo di Pozzuoli costringe molti puteolani a sfollare. La nuova emergenza
abitativa viene affrontata dallo Stato con la costruzione di un nuovo
quartiere/città per circa 30.000 abitanti, a circa 5 km dalla madre patria, Monteruscello. Il piano viene disegnato
da Agostino Renna, influenzato dal razionalismo della “tendenza”. Si tratta di un
piano aperto, pieno di verde, urbanizzato molto rigidamente con edifici a
schiera posti nord –sud e viabilità est-ovest. Mentre negli edifici pubblici si avverte uno
sforzo di senso e di forma, le residenze, affidate unicamente al prefabbricato,
sono lasciate nude e afasiche, come se fossero in attesa di sostituzione. Invece nei viali alberati a cinque file, come
nelle città socialiste o in quelle ottocentesche, si esprime un’aspirazione
monumentale che vuole lasciare duratura traccia di sé e rappresenta il segno
più forte di tutto l’intervento. Gli spazi pubblici sono diffusi e generosi, ma
appaiono spazi vuoti, senza attività e il commercio non assume un ruolo
centrale nella previsione delle relazioni urbane. Le piazze scontano un certo
carattere astratto, un dialogo introverso con riferimenti lontani e remoti che
le fanno assomigliare più alle piazze senza vita di Gibellina che alle
piazzette dei borghi italiani. Il quartiere non riesce a trasformarsi da
insieme di residenze a realtà urbana con funzioni complesse, soffre di
asfissia. La mancanza di luoghi di commercio
e d’intrattenimento molto toglie alle relazioni sociali, ristrette alla
funzione abitativa del solo quartiere e aggravate dalla mancanza di un
efficiente collegamento con i dintorni e con Napoli. Il tempo lungo dirà della possibilità
di Monteruscello di superare i limiti della sua nascita che all’età di
venticinque anni non sono ancora stati superati.
[1]
Cfr. Claudia Petraccone, Napoli moderna e
contemporanea, Guida editori, 1981, pag. 110
[2] La legge statale stabiliva
un massimo del 4% come remunerazione del capitale. A Milano fino al 1934 la
remunerazione fu del 3,25%, poi si abbassò al’1,75%.. Cfr.: E.Bonfanti, M. Scolari, La vicenda urbanistica e edilizia dell’ICP di Milano, a cura di
Luca Scacchetti, Clup, 1982.
[3] L’ICP realizza dal 1914 al 1927,
1250 alloggi con caratteristiche popolari e case in fitto, mentre nel periodo
fascista, dal 1927 al 1943, realizza 2835 alloggi con caratteristiche
economiche e case soprattutto a riscatto. La differenza è da ricercarsi per
prima cosa nella dimensione dell’alloggio, da due a tre vani, poi nella
decorazione degli esterni, e infine nella maggiore dotazione d’impianti nelle
cucine e nei wc;
[4] Cfr. G. Aliberti, “Profilo
dell’Economia napoletana dall’Unità al fascismo”, in Storia di Napoli, pag. 460 e seg.
[5]
Cfr. M. Furnari, “Case minime e rioni popolari”, pag. 44 e seg. in <<
ArQ2>>, 1989, Dipartimento di Progettazione Urbana dell’Università Federico
II di Napoli;
[6] Gli
alloggi pubblici realizzati a Napoli nel dopoguerra non sono di facile
inventario, manca a oggi una anagrafe generale.
Cfr.: A.Libera, La scala del
quartiere residenziale, 1952.
[7] Disseminati in tutta la
periferia napoletana, a Miano-Piscinola, Ponticelli, Fuorigrotta, Corso Malta,
S.Giovanni, Capodichino, i sei quartieri sommano 1888 piccoli alloggi. Cfr. D.
Andriello,” Edilizia statale a Napoli”, in
<< Urbanistica >> n. 11-12, 1952.
[8] Viale Augusto, Fuorigrotta, Genio Civile, 1949-52 L.Cosenza, 144
alloggi, 650 abitanti.
[9] Rione Stella Polare, Via Nuova Marina, IACP, 1951-53.
C.Cocchia, F. Della Sala, G.De Luca. 147 alloggi, negozi e garage.
[10] Quartiere
Soccavo-Canzanella,
Ina-casa, via Piave, 1957-62, prog. urban. G. De Luca, M. Canino, S.
Filospeziale, 1425 alloggi, circa 9500 abitanti con molte attrezzature; Settore
Nord, M. Fiorentino, G. Sterbini, 278 alloggi.
[11] Cep Traiano, viale Traiano, Soccavo, 1959-72, 130 ha, 24.000 vani, prog. urban. M. Canino, achitetture di C.
Cocchia, M. Angrisani, M. Capobianco, A. Sbriziolo, F. Della Sala e altri.
[12] Secondigliano Ina-Casa, Via Monterosa, 1957-60, prog. urban. C. Cocchia, M. Capobianco, D. Pacanowski e
altri, 1267 alloggi per circa 8500 abitanti, molte attrezzature.
[13] Sette edifici, 1179
alloggi, circa 6000 abitanti. Cfr. gli articoli “le Vele prologo” e “Le Vele
epilogo” in Sergio Stenti, Fare Quartiere,
Clean, 2016, pag. 65 e seg. e pag. 80 e seg.; per i progetti di recupero si
veda: Consulenza tecnico scientifica per
la redazione del piano urbanistico esecutivo, lotto M…, a cura di Antonio Lavaggi,
Giannini Editore, 2010.
[14] Per i dati cfr., il
fascicolo: La ricostruzione a Napoli,
ottobre 1985, Il Sindaco di Napoli Commissario straordinario del Governo,
[15] Circa un migliaio di
alloggi pubblici sono occupati da persone condannate col 416 bis, attività
camorristica, che dovrebbero essere sfrattate, ma non lo sono per motivi di
ordine pubblico. La situazione generale
degli alloggi pubblici a Napoli che il 75% degli inquilini è senza reddito
dichiarato e le morosità sono dell’ordine del 42%; gli alloggi occupati
abusivamente sono il 37% del totale (circa 9000). Cfr. Relazione Corte dei
Conti, sezione regionale, Edilizia
residenziale pubblica in Campania, luglio 2006.
[16] Miano, vichi Ponte e vico
Parisi, PSER, 1983-1986,
sostituzione edilizia, M. Capobianco, D. Zagaria. Per tutti i dati sugli
interventi PSER cfr. i fascicoli di servizio ed in particolare il Notiziario n. 11/87 del Commissario
straordinario di Governo.
[17] Marianella, via della Bontà, PSER, 1982-88, sostituzione edilizia, F. Purini, L. Thermes, 1982-88.
[18]
La presenza di torri compare in
periferia al rione Traiano (M. Capobianco, 8 piani, M. Angrisani, 10 piani,
A.Sbriziolo, 10 piani), a Secondigliano 167 (G. Mazziotti, 14 piani), a via
Campegna, (M. Ridolfi, 7 piani), a Ponticelli, S. Rosa (L. Cosenza, 9 piani),
S. Giovanni a Teduccio (C. Aymonino, 9 piani).